Michetti "La bellezza necessaria"

LA BELLEZZA NECESSARIA

Carlo Fabrizio Carli

Due nomi danno sostanza, ai miei occhi, quali ideali riferimenti, al tema coraggioso, sconfinato, eppure, già così, qualificante, prescelto dal Comitato scientifico della Fondazione Francesco Paolo Michetti per l’edizione 2013 del premio omonimo. Presenza indigete d’Annunzio, naturalmente, in questa terra che lo vide nascere giusto centocinquant’anni fa; che gli impresse emozioni indelebili poi trasfigurate dal linguaggio poetante; che ne fece il protagonista del celebre cenacolo francavillese accanto a Michetti, Barbella, Tosti. D’Annunzio, che sempre celebrò la Bellezza, e la scelse a propria insegna, a proprio obbiettivo, a proprio contesto esistenziale; aspirando a fare della sua stessa vita un’inimitabile opera d’arte. L’altro, quello dell’insigne teologo svizzero Hans Urs von Balthasar (anche qui una ricorrenza non occasionale: il venticinquesimo anniversario della morte) che, in una prospettiva molto lontana da quella dannunziana, ovvero di un’estetica teologica, anch’egli – nella sua opera fondamentale Gloria – celebrò la bellezza come approdo culminante dell’itinerario speculativo. “Che cos’è la gloria?”, così Guido Sommavilla volle sintetizzare efficacemente il pensiero balthasariano. “E’ in fondo la bellezza dell’essere […] E’ la sua gloria in quanto nella bellezza dell’essere traspare il mistero più profondo dell’essere: Dio […] Bella è qualsiasi cosa in quanto è un segno, una memoria, un annuncio di Dio a noi. Questo rapporto espressivo di Dio nell’altro da Dio è, ogni volta che il contatto si accende nella nostra coscienza, gloria di Dio che si accende. Ma purtroppo è in atto da tempo un processo che rende ardua alla coscienza dell’uomo moderno […] la possibilità che quel contatto si accenda. Riesce arduo poter vedere ancora la gloria, cioè la bellezza dell’essere come gloria di Dio. E spegnendosi questo contatto e non riuscendo più a vedere la bellezza dell’essere come gloria di Dio, si va spegnendo per noi anche la bellezza dell’essere semplicemente” (1). Fatto sta che da qualche tempo si sente tornare a parlare di Bellezza – un termine per lungo tempo ostracizzato come impronunciabile – anche nell’ambito delle arti visive. Un’eclissi, quella della Bellezza, dovuta, sì al bisogno di rifuggire dal giudizio banale e generico, ma anche al venir meno di criteri oggettivi e perduranti di valutazione. Una situazione messa ben a fuoco, nell’ultimo quarto dell’Ottocento da Konrad Fiedler, che, attuando una “svolta copernicana” nell’ambito estetico, registrò l’ormai sopravvenuta antinomia tra arte e bello: il valore di un’opera d’arte non coinciderebbe più con la Bellezza, tant’è – afferma lo studioso tedesco con l’incisività espressiva dell’aforisma – che “un’opera d’arte può dispiacere, ed essere egualmente pregevole” (2). Con ogni probabilità, è dato di scorgere qui la scaturigine di un itinerario che, di tappa in tappa, ha condotto a “certe estetiche e poetiche contemporanee dove il bello è stato spesso scambiato col brutto, dove ci si è posti quale oggetto di arte la rappresentazione di un uomo e di un mondo brutti senza più luce, né significato” (3).